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CFT - COMPASSION FOCUSED THERAPY

Un modo diverso di stare con se stessi

Ci sono momenti in cui la fatica non sta solo in quello che accade, ma nel modo in cui si rimane dentro a ciò che accade. La mente accelera, il corpo si tende, e qualcosa dentro comincia a stringere. In quei momenti, più che la situazione in sé, è la relazione con quello che si sta vivendo a diventare difficile da sostenere.

Molte persone arrivano portando questa esperienza: non tanto il dolore, quanto la sensazione di non avere uno spazio interno in cui poterlo attraversare. Come se, invece di trovare un punto di appoggio, si attivasse immediatamente qualcosa che giudica, spinge, mette pressione, o cerca di allontanare ciò che si prova.

La Compassion Focused Therapy si colloca esattamente in questo punto. Non nasce per eliminare le emozioni difficili, ma per lavorare sulla qualità della relazione che la persona ha con esse, rendendo possibile un modo diverso di stare con ciò che emerge. In questa prospettiva, diventa importante comprendere che la mente non è un sistema unitario, ma il risultato di diversi sistemi che si sono sviluppati nel tempo con funzioni specifiche. Alcuni di questi sistemi hanno il compito di proteggerci dalla minaccia, altri di spingerci all’azione, altri ancora di permetterci di entrare in uno stato di calma e sicurezza. Quando tutto funziona in modo sufficientemente integrato, è possibile muoversi tra questi stati con una certa flessibilità. Ma quando uno di questi sistemi prende troppo spazio, l’esperienza interna tende a irrigidirsi.

È in questo senso che molte forme di sofferenza possono essere lette non come un errore personale, ma come il risultato di un funzionamento che si è strutturato nel tempo. Come sottolinea Paul Gilbert, la nostra mente si è evoluta per aiutarci a sopravvivere, non per renderci felici, e questo implica che alcuni sistemi, in particolare quelli legati alla minaccia, possano attivarsi in modo rapido e persistente anche in assenza di un pericolo reale. (Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind. London: Constable & Robinson.)

Quando questo accade, la persona può trovarsi a vivere in uno stato di allerta quasi continuo, in cui anche il rapporto con se stessa diventa più duro, più esigente, più centrato sul controllo. In questo contesto, l’autocritica può apparire come una strategia utile, quasi necessaria, perché sembra permettere di tenere insieme le cose, di evitare errori, di spingersi a fare di più. Eppure, proprio questo meccanismo finisce spesso per mantenere attivo il sistema della minaccia, rendendo più difficile l’accesso a stati di regolazione e sicurezza.

 

Diversi studi hanno mostrato come l’autocritica rappresenti uno dei principali fattori di vulnerabilità psicologica, proprio perché mantiene elevati i livelli di attivazione interna e rende più difficile il recupero dopo esperienze emotive intense, come evidenziato anche nel lavoro di Niki Petrocchi. (Petrocchi, N., Ottaviani, C., & Couyoumdjian, A. (2014). Dimensionality of self-criticism and its relationship with depression and anxiety. Journal of Affective Disorders.)

In questo scenario, la compassion non viene introdotta come un atteggiamento “più gentile” in senso generico, ma come una competenza specifica, che implica la capacità di riconoscere la sofferenza e di rispondere ad essa in modo più regolato e meno guidato dalla minaccia. Gilbert definisce la compassion come una sensibilità alla sofferenza, accompagnata dall’impegno a prevenirla e alleviarla, sottolineando così il suo carattere attivo e non passivo. (Gilbert, P. (2010). Compassion Focused Therapy: Distinctive Features. Routledge.)

Questo significa che la compassion non coincide con il lasciar correre o con il ridurre le aspettative, ma con la possibilità di restare in contatto con ciò che si prova senza aggiungere ulteriore durezza. È una modalità di funzionamento che coinvolge il corpo, la regolazione emotiva, il modo in cui la voce interna si struttura e viene riconosciuta.

Il passaggio fondamentale non riguarda quindi il “pensare diversamente”, ma il fare esperienza di un modo diverso di stare con se stessi. In questo senso, il lavoro terapeutico si orienta a creare condizioni in cui il sistema legato alla sicurezza e alla regolazione possa svilupparsi e diventare progressivamente più accessibile. La ricerca mostra come la self-compassion sia associata a una maggiore capacità di regolazione emotiva e a una riduzione delle risposte di minaccia, indicando come questo tipo di lavoro non sia solo un cambiamento di atteggiamento, ma una trasformazione nei processi di base che regolano l’esperienza interna. (Petrocchi, N., Ottaviani, C., & Couyoumdjian, A. (2013). The impact of compassion on emotional regulation. Clinical Psychology & Psychotherapy.)

Nel mio lavoro, questo approccio viene integrato con la dimensione corporea, con la voce e con gli strumenti espressivi, perché il modo in cui una persona si relaziona a se stessa non passa solo dal piano cognitivo, ma attraversa il corpo, il respiro, il ritmo, il modo in cui si è presenti a ciò che accade. Questo permette di costruire un percorso che non si limita a comprendere, ma che apre progressivamente la possibilità di fare esperienza di una relazione interna più sostenibile. Questo tipo di lavoro può essere particolarmente utile per chi si riconosce in una condizione di ansia persistente, in una forte autocritica, in un senso di inadeguatezza o vergogna, o nella difficoltà a stare con le proprie emozioni senza ricorrere al controllo o all’evitamento. In questi casi, il cambiamento non coincide con il diventare “diversi”, ma con il modificare il modo in cui si entra in relazione con ciò che già è presente.

Nel tempo, questo può permettere di costruire uno spazio interno meno reattivo, meno centrato sulla minaccia, e più orientato alla possibilità di stare, anche quando ciò che emerge non è semplice. È un processo che richiede tempo, continuità e disponibilità, ma che può aprire a una modalità di esperienza più ampia, più regolata e più abitabile.

Se ti riconosci in queste parole, questo può essere un punto da cui iniziare.

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