E se esistesse un altro modo di stare con te stesso?
- Stefano Vita
- 19 apr
- Tempo di lettura: 2 min
Pensa a una persona nella tua vita — reale o immaginata — di cui ti fidi completamente. Qualcuno che quando sbagli non ti demolisce, ma nemmeno ignora quello che è successo. Qualcuno che riesce a stare con te nel momento difficile senza fuggire e senza amplificare il dramma. Qualcuno che ti vede per quello che sei — con le contraddizioni, le imperfezioni, i momenti brutti — e resta. Come ti sentiresti, se potessi avere quella presenza non solo fuori, ma anche dentro? Non è una domanda retorica. È il cuore di quello che la compassione — quella vera, quella che si allena e si impara — può diventare per te.
Non quello che pensiamo
Quando si parla di compassione verso se stessi, spesso la prima reazione è una resistenza. "Significa arrendersi", "significa trovare scuse", "significa non volersi migliorare". Oppure semplicemente sembra qualcosa di astratto, distante — una di quelle cose belle da sentire in bocca ma difficili da tradurre in qualcosa di reale. Ma la compassione non è tutto questo. Non è indulgenza. Non è ignorare quello che non funziona. Non è diventare meno esigenti con se stessi nel senso di abbassare l'asticella. È qualcosa di molto più concreto: è la capacità di restare con se stessi anche nei momenti difficili, senza scappare e senza accanirsi. Con quella stessa qualità di presenza che offriremmo a qualcuno che vogliamo bene.
Un modo diverso di stare con il dolore
Di solito, di fronte al disagio emotivo, facciamo una di queste cose: o fuggiamo — distrazioni, occupazioni, tutto pur di non sentire — o ci immergiamo completamente, rimuginiamo, amplifichiamo. Entrambe le strategie hanno senso. Entrambe, però, tendono a non risolvere nulla nel tempo. Esiste un terzo modo. Che non è né la fuga né l'immersione. È qualcosa che si potrebbe chiamare presenza compassionevole: restare con quello che c'è, senza evitarlo e senza esserne travolti. Sentirlo, riconoscerlo, starci — ma da un luogo in cui c'è anche cura. In cui c'è qualcosa che accompagna, invece di solo subire. Non è facile, all'inizio. Anzi, per molte persone è la cosa più difficile. Perché richiede di fermarsi proprio nel momento in cui si vorrebbe scappare. Di restare con sé quando la cosa più ovvia sarebbe voltarsi dall'altra parte.
Ma quando si impara — e si può imparare — cambia qualcosa di profondo nel rapporto con se stessi.
Non devi già saperlo fare
Una delle cose che mi piace sottolineare è che la compassione verso se stessi non è un tratto di personalità che si ha o non si ha. È una capacità. Una pratica. Qualcosa che si costruisce nel tempo, con intenzione, con esercizio, con un po' di supporto. Non serve partire da un posto di pace interiore. Si può iniziare esattamente da dove si è — anche da un posto di confusione, di stanchezza, di "non so nemmeno da dove comincio".Quello spazio esiste. E si può imparare a trovarlo.
Se senti che questo ti riguarda e vuoi esplorarlo più da vicino, puoi contattarmi per un primo colloquio.





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