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La differenza tra spingerti e prenderti cura di te

C'è una domanda che mi viene posta spesso, in modi diversi: "Ma se smetto di essere duro con me stesso, come faccio a non diventare pigro? Come faccio a crescere, a migliorare, a dare il meglio di me?" È una domanda legittima. E dice qualcosa di importante: che per molte persone, la pressione e la cura di sé sembrano due cose opposte. O ti spingi, o ti trascuri. O sei esigente, o sei molle. Ma non è così che funziona.

 

Due tipi di motivazione

Immagina due allenatori. Il primo ti dice: "Se sbagli ancora, sei finito. Non sei abbastanza. Guardati — gli altri sono già più avanti." Il secondo ti dice: "Hai fatto fatica oggi. Va bene. Vediamo cosa possiamo imparare da questo, e domani riprovi." Quale dei due ti farebbe rendere meglio nel tempo? La ricerca in psicologia risponde in modo abbastanza chiaro: non è la paura a produrre i migliori risultati a lungo termine. È la motivazione che nasce da un terreno di sicurezza — sentirsi abbastanza supportati da potersi permettere di sbagliare, imparare, ricominciare. Spingerti con la paura funziona, in certi momenti, per certi obiettivi a breve termine. Ma ha un costo: ansia cronica, esaurimento, un rapporto con le proprie prestazioni sempre più fragile. Basta un errore per sentire che tutto crolla. Prenderti cura di te non significa non farti carico di niente. Significa costruire un tipo di motivazione più solida — che regge anche quando le cose vanno male, anche quando ci si stanca, anche quando i risultati non arrivano subito.

 

La cura non è assenza di sforzo

Prendersi cura di se stessi non significa evitare le difficoltà. Significa affrontarle da un posto diverso. Con un alleato — anche se quell'alleato sei tu stesso. Significa riconoscere quando sei stanco senza considerarlo un fallimento. Significa chiederti di cosa hai bisogno invece di chiederti solo cosa devi produrre. Significa permetterti di sbagliare — non come eccezione, ma come parte normale del percorso di qualunque persona che sta imparando qualcosa. E stranamente — o forse non così stranamente — le persone che imparano a trattarsi così non diventano meno capaci. Spesso diventano più capaci. Perché non spendono più la metà delle energie a combattere contro se stesse.

 

Un cambiamento di direzione

Il passaggio dalla pressione alla cura non è un interruttore che si accende. È un percorso — fatto di piccole scelte, piccole pratiche, piccoli momenti in cui ci si accorge della voce interna e si prova, anche solo per un istante, a risponderle in modo diverso. Non perfettamente. Non sempre. Ma un po' più spesso. Un po' più consapevolmente. Un po' più dall'interno invece che dall'esterno. Questo è già, di per sé, un cambiamento reale.


Se senti che questo ti riguarda e vuoi esplorarlo più da vicino, puoi contattarmi per un primo colloquio.

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