Vergogna: sentirsi sbagliati, anche quando non lo si è
- Stefano Vita
- 19 apr
- Tempo di lettura: 3 min
La vergogna non è come le altre emozioni. Non parla di quello che hai fatto. Parla di quello che sei.
Non dice "hai sbagliato". Dice "sei sbagliato".
Ed è esattamente in questa differenza che sta tutta la sua forza — e tutto il suo peso. Puoi correggere un comportamento. Puoi imparare da un errore. Puoi chiedere scusa, riparare, ricominciare. Ma se il problema non è quello che hai fatto ma quello che sei — come si fa? Dove si comincia?
Ecco perché la vergogna tende a paralizzare. Tende a spingere verso l'interno, verso il nascondersi, verso il fare in modo che nessuno veda davvero. Perché se vedono, giudicano. E se giudicano, confermano quello che dentro già senti: che c'è qualcosa in te che non va.
Un'emozione silenziosa
La vergogna è forse l'emozione più difficile da nominare. L'ansia si racconta — "sono ansioso". La tristezza si mostra. Anche la rabbia, in qualche modo, si esprime. Ma la vergogna si nasconde. Perché raccontarla significherebbe esporla, e esporla significa rischiarla. Capita allora che si manifesti in modi indiretti. Come ritiro: evitare situazioni sociali, non parlare in pubblico, non mettersi in gioco. Come perfezionismo: fare tutto perfettamente per non lasciare spazio alla critica. Come aggressività: attaccare prima di essere attaccati. Come umorismo difensivo: ridere per primo di se stessi, così almeno sei tu a controllare la narrazione. Tutte strategie. Tutte modi per tenere a bada qualcosa di insopportabile.
Sentirsi fondamentalmente inadeguati
Ci sono persone che portano questo senso di inadeguatezza da così tanto tempo che lo hanno smesso di riconoscere come tale. È diventato il modo in cui vedono se stesse. Non un'emozione passeggera, ma una convinzione di fondo: "Sono troppo", "Sono meno degli altri", "Se sapessero davvero com'è fatto il mio interno, non mi vorrebbero più." Questa sensazione — di essere sbagliati in modo profondo, nascosto, difficile da spiegare — è una delle forme di sofferenza più solitarie che esistano. Perché la si porta da soli. Perché sembra impossibile da condividere. Perché chi non la conosce fatica a capirla, e chi la conosce spesso non sa di condividerla con qualcun altro.
Non sei la tua vergogna
Una delle cose che mi capita di dire — e di credere davvero — è che la vergogna dice molte cose su quello che hai vissuto, e pochissime cose su quello che sei. Non nasce dal nulla. Si forma in relazione. In certi ambienti, in certe famiglie, in certe esperienze — in cui il messaggio, esplicito o no, era: "Non sei abbastanza." "Sei troppo." "Così non va bene." "Cambia." "Nasconditi."
E quando quei messaggi arrivano presto, arrivano spesso, o arrivano da persone importanti, finiscono per diventare parte del modo in cui ti vedi. Non una storia che ti hanno raccontato. Una verità in cui credi.
Ma non lo è. È possibile iniziare a distinguere tra quello che hai assorbito e quello che sei. Non in modo immediato, non con un clic. Ma con tempo, con il giusto spazio, con qualcuno che ti aiuti a guardare quella parte di te senza fuggirla e senza esserne travolto. Questo è esattamente il tipo di lavoro che mi piace fare — e che, in questa serie, proverò a esplorare insieme a te.
Se senti che questo ti riguarda e vuoi esplorarlo più da vicino, puoi contattarmi per un primo colloquio.





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